Le vacanze ai tempi di WhatsApp

Avevo 9 anni, le trecce fatte da sola spettinate, un costume sgualcito addosso, una grandissima malinconia nei miei occhioni neri e sotto al sole senza crema solare ero in fila per telefonare a casa, con in mano un sacchetto di gettoni. Ero da una settimana in colonia, in campeggio vicino Grosseto. Appena mia madre alzò la cornetta scoppiai a piangere dalla nostalgia. 
“Ma amore, hai telefonato da sola, ormai sei grande” mi disse mia madre e io, pur continuando a piangere a singhiozzi mi sentii una piccola donnina. 

Telefonare a casa durante le estati calde e umide della mia adolescenza, spesso da altri Paesi, in soggiorno studio, per me ha sempre avuto quel sapore salato e fiero di quell’angolo di pineta grossetana: nostalgia e orgoglio.  

Appena sistemata, la prima cosa che facevo, non era chiedere dove avevo lezione, ma 

  • chiedere come si telefonava in Italia, 
  • scrivere il prefisso per chiamare all’estero
  • come fare la collect call
  • scoprire i costi per telefonare all’estero
  • raccogliere gli spicci o le monetine o da un certo anno le tessere telefoniche per chiamare casa. 
Quando è arrivato il cellulare mi sono evoluta e chiamavo almeno una volta al giorno. Telefonare alla mia famiglia per me è rimasto da quegli anni un appuntamento fisso, importante, ovunque io sia. Era il mio cordone ombelicale, la mia certezza di zingara che da qualche parte avevo qualcuno che mi aspettava. 

Al telefono ho pianto, ho riso, ho confessato segreti pesanti, ho raccontato di mare, di boschi, di notti a guardare le stelle sotto al cielo d’abruzzo, ho rendicontato della mia paghetta per le vacanze. Ho snocciolato parole pensate e ripesate per non far preoccupare i miei genitori. 
Poi qualcosa è cambiato… 


E’ arrivato WhatsApp e i suoi gruppi di amici e/o parenti e/o  liste di emeriti sconosciuti e la telefonata a casa si è svuotata di significato, perchè oggi conosco ogni minimo dettaglio, ma minimo minimo, delle vacanze di tantissime persone: 

  1. dalla foto della classica “fetta” (piede ndr) frontemare 
  2. al tramonto montanaro
  3. al piatto succulento 
  4. al bicchiere del miglior vino mai assaggiato prima (ma quanti enologi ci sono in giro per l’Italia?) 
  5. alle foto delle bolle del piccino della tua amica che ti chiede conforto su quale animale malefico le abbia prodotte! E non sono una che studia gli insetti. 

E così via in una snocciolata di fatti degli altri, mai richiesti. Un ficcare il naso autorizzato, anzi impostomi. 

Un gossip autoalimentato e autoreferenziato. 
Manco il gusto del pettegolezzo sotto l’ombrellone… che c’è WhatsApp. 

Soprattutto mi sono impazziti i nonni. Foto, messaggi, continui aggiornamenti sulle loro vacanze agostane lontano da noi e dai loro amati nipotini. Colazioni siciliane da morire di invidia, mare cristallino, battute sagaci e divertenti su avventure estive. 
Rivoglio il telefono a gettoni, rivoglio l’attesa della chiamata, rivoglio quella voce sicura di madre che mi chiedeva di raccontare le mie giornate. 

Invece mi tocca leggere a tutta la famiglia cosa stanno facendo questi due, persi per l’Italia, mentre si divertono. E’ caduta l’ultima certezza generazionale che avevo. 
Io racconto le loro vacanze senza sosta, senza pause, in un continuum di eventi e dettagli non richiesti e non posso manco chiamare “ma ti ho mandato un WhatsApp!”. 


Per capirci ecco una delle ultime foto del nonno: 

Buone vacanze e se volete mandatemi un WhatsApp. 

Arianna