Le mie fonti per #ScrivereinBella online: l’italiano

Scrivere in bella per il web è impossibile senza un sistema di fonti valido che ci permette di conoscere prima e approfondire poi la materia. Serve una bussola, perchè la Bella su internet non è solamente priva di errori, refusi e sviste, è grafica, è profilazione sul mediun del contenuto, è il canale, è un mondo enorme da esplorare, ma prima di iniziare le basi, la grammatica e le parole. 

 

Leggo online spessissimo, mi piace, mi diverte, mi aiuta ad approfondire le materie che amo. Internet è un fantastico libro per studiare e formarsi, il rischio però è perdersi tra un social e un opinione, o un profilo che ti interessa e un giornale online che ti attrae con un titolo scioccante.

Ognuno di noi usa internet come si vuole, per i propri fini edonistici, accademici, ludici, commerciali o semplicemente per impicciarsi dei fatti altrui, Anche questo è un target sapevatevelo. Ebbene io sono curiosissima di conoscere le preferenze degli altri sui social, sui siti che bazzicano, mi stuzzica scoprire un nuovo profilo intelligente, un gruppo stimolante, un account twitter arguto, un nuovo social come medium e le sue potenzialità o un bravo fotografo su instagram.

Indago sulle fonti online degli altri, le faccio mie se mi interessano eppoi le condivido, perchè le cose belle si devono far conoscere, quando poi riguardano la scrittura, il marketing online e tutto ciò che concerne la comunicazione social entrano nel mio.

Per me e per chi lavora nel webmarketing e con la scrittura è un supporto imprescindibile per nuove idee, proposte e realizzazioni. Uno strumento basilare per #scrivereinbella e non buttare là contenuti insensati a chi ti legge, seppoi qualcuno lo fa.

Ma ancora prima di questo c’è l’Italiano, la grammatica e il significato delle parole. Senza un’ottima conoscenza di questi due strumenti non c’è post che tenga, non c’é emozione positiva che tiri. Ci sono tante orecchie d’asino, prese in giro e soprattutto tanto parlare parlare parlare del tuo errore, che credimi non è positivo.

La grammatica italiana

Si scrive è o é? L’apostrofo con l’articolo indeterminativo maschile si usa o no? Come si usa correttamente la parola affatto, che significa tutto o del tutto e non per niente, come lo usano tanti scrittori de noantri.

Gli errori li facciamo tutti secondo Comunicare sul web ecco la lista dei 10 errori più comuni in grammatica: sapevi che si dice gratis e non a gratis, orrore!

E uno strumento rapido per conoscere la grammatica è questa pagina per avere sotto’occhio ogni argomento come avverbi, articoli etc… cliccarci sopra e leggere ogni dettaglio.

I classici dell’italiano

#ScrivereinBella è scrivere in italiano, se non lo sai sallo, perchè la bellezza di un testo è tutta lì, scorre via solamente se le parole sono inserite in un contesto corretto. Non siamo tutti poeti o scrittori, però la nostra povera lingua abusata e martoriata merita di più. Molto di più, studio, fatica e approfondimento e soprattutto leggere leggere e leggere.

Sono famigerata per parlare difficile, uso parole come apotropaico, ossimorico, beghina e basita, utilizzo un linguaggio aulico, e molti non mi capiscono. Mi ascoltano e mi guardano straniti, non chiedono quasi mai cosa volevo dire. Spesso sono intimiditi dalle parole che non conoscono. Dovrebbero esserlo anche degli strafalcioni che si leggono in giro.

I due classici per non sbagliare mai sono:

L’Accademia della Crusca, di cui adoro la sezione Nuove parole, dove troviamo per esempio Whatsuppare, entrata nell’uso scritto nel 2o11.

Hai un dubbio su una parola o un’espressione? Puoi chiedere gratuitamente una consulenza linguistica e l’Accademia della Crusca ti risponderà, solo il nome del mittente mi emoziona. A me è piaciuto moltissimo scoprire che sia papà, un francesismo  che l’autoctono Babbo  “(come anche il meridionale tata e mamma o mammà) sono forme tipiche del primissimo linguaggio infantile, costituite dalla ripetizione di una sillaba, perlopiù formata dalla vocale a e da una consonante bilabiale (p, b, m), i suoni più facili da produrre per i bambini. Mentre babbo è una forma “autoctona”,papà è effettivamente un francesismo, benché di “vecchia data”, tanto che se ne trova testimonianza già nel XVIII secolo per il veneziano (cfr P. Zolli, L’influsso francese sul veneziano del XVIII secolo) e, nella variante pappà, appare già usato nel XVI secolo da un autore toscano, Pietro Aretino, in un dialogo dei suoi Ragionamenti, in libera alternanza con babbo: “Chi è la vostra figlia? Pappà, babbino, babbetto, non sono io il vostro cucco?”.

 

Il sito Treccani è uno strumento di conoscenza dell’italiano completo e imperdibile, sezione obbligatoria da inserire tra i preferiti:per eccellenza Il Dizionario.

Eppoi vi consiglio una sbirciata alle Domande e Risposte dove si scovano curiosità o storie affascinanti, da utilizzare anche per i propri blog. Sapevate per esempio come nasce la tradizione di “lanciare i coriandoli a Carnevale?”  “Questa domanda, più da enciclopedia del sapere che da dizionario di lingua, permette comunque di vedere all’opera uno dei meccanismi di allargamento e redistribuzione semantica più attivi nel sistema lingua: l’analogia. Intanto sgomberiamo subito il campo dalle eventuali curiosità di ordine etimologico: il nome della pianta erbacea i cui frutti aromatici sono da molto tempo e a tutt’oggi adoperati per insaporire preparazioni gastronomiche – nome identico a quello del dischetto di carta colorato che in gran copia viene gettato durante i giorni di Carnevale – deriva dal latino coriăndru(m), a sua volta tratto dal greco koríandron, di etimo preindoeuropeo non meglio chiarito. Insomma, la curiosità sulle origini remote del termine resta inappagata. Decisamente di più sappiamo sulla storia di coriandolo ‘dischetto di carta’, una storia che rientra in quel grande capitolo della lessicologia fatto di “nomi e cose”, per dirla col Migliorini. Giovanvettorio Soderini (Firenze, 1526-1597) testimonia, sul finire del XVI secolo, il consumo di confetti fatti ricoprendo di zucchero i semi di coriandolo (“cuopronsi i coriandoli di zucchero per confetti”). Facile capire il procedimento analogico che ha portato a denominare coriandoli “certe pallottoline di gesso, che si fabbricano a posta in alcune città d’Italia, da gittarsi addosso per sollazzo nelle feste di carnevale”, riprendendo la spiegazione ottocentesca del Tommaseo-Bellini.

E su smartphone per una rapida consultazione vi consiglio Come Cavolo si dice? – L’app che ti toglie i dubbi sulla lingua italiana di Giacomo Balli

Scova l’errore

Sei convinto di conoscere l’italiano perfettamente? Attenzione nel post ho inserito tre errori, se li trovi segnalameli!

Non sono troppo difficili da trovare. Vinci la mia stima di attento lettore e conoscitore della lingua italiana.

Se avete altri siti sulle basi dell’italiano segnalatemeli nei commenti o mandatemi una mail lo inserirò nel post citando la fonte, appunto.

E buona scrittura a tutti!

Arianna