Mio nonno, mia nonna, Roma, la guerra e la Liberazione

Roma e la II guerra mondiale, la mia famiglia e la guerra e la liberazione, i rastrellamenti. Mia nonna che lavorava per mantenere una famiglia, mio nonno usciere della Banca d’Italia, fuori dall’esercito. Tempi di guerra andati, forse, nelle memorie di chi non c’è più, giunti a noi nipoti. 

IMG_8822Mio nonno e mia nonna, giovani e belli, dopo il battesimo di mio padre a San Pietro, o forse di una delle altre figlie, sorridono in questa foto, datata a mano sul retro 1940. Forse 1943.

Però di quegli anni.

Erano anni in cui mia nonna, arrivata a Roma da poco, lavorava in casa per mantenere la famiglia numerosa, 5 figlie e un maschietto in arrivo. Stirava, la sera, il giorno, camicie degli altri, i panni dei vicini. Mia nonna era una donna determinata e orgogliosa, tesa a uscire dalla povertà da cui veniva.

Mio nonno lavorava in Bankitalia, usciere. Era un uomo fortunato, rispetto agli altri coetanei, in guerra, al fronte. Nonno lavorava le sue ore, usciva e tornava a casa. Quella casa di Colle Oppio, che per anni rimarrà nelle loro memorie come un paradiso di libertà e amore.

Si racconta che il 23 marzo del 1944, mio nonno, era in bici vicino Via Rasella, quando ci fu l’attentato a cui seguì l’eccidio delle Ardeatine e fuggi di corsa, col cuore in gola, lontano dal sangue, lontano dalla rappresaglia in cui temeva di cadere prigioniero.

Mio nonno, un uomo schivo, silenzioso e dai rari gesti di affetto, si narra, fosse stato terrorizzato dall’evento.

Un’altra storia di famiglia, che mi piace ricordare e credere vera, è l’aver dato rifugio a una famiglia ebrea in casa durante le epurazioni. Si narra che anni dopo il marito di mia zia, durante un giro di shopping, a via dei Serpenti avesse incontrato alcuni degli ospiti di mia nonna che ancora la ricordavano tra lacrime e affetto.

Mia nonna e mio nonno, marchigiani, approdati a Roma prima della guerra, in cerca di quel benessere che non avevano a casa, probabilmente si arrangiarono in quegli anni bui e paurosi, con lavori casalinghi, trovate geniali per raggranellare i soldi per sopravvivere.

Le mie zie più grandi davano una mano all’economia di famiglia, si narra, come potevano. Fu durante una passeggiata che mia zia maggiore incontrò suo marito, un soldato americano che avrebbe poi sposato per migrare nella Terra Promessa.

Fu in quegli anni lì che le radici della mia storia nascono con mio padre, nel 1942. Che non fu facile per mia nonna, nei suoi 40 dare alla luce un figlio durante la guerra. Eppure lo fece, senza lasciare il resto della sua difficile vita.

Mia nonna e mio nonno in questa foto raccontano di anni di lotte, di disperazione e di persecuzioni, ma soprattutto di speranza e di vita che torna a nascere. Lui alto, bello e dagli occhi chiari, quegli occhi che rapirono quella ragazza, piccola e per niente fragile, scaltra e abile, forse ingenua, per trascinarla in un’altra vita.

Quegli anni di Roma, quegli anni della guerra, per me, richiamano le mani fattive di mia nonna, la sua capacità di arrangiarsi e il silenzio alto di mio nonno. Richiamano sirene di allarme che strillano e una donna e un uomo che portano i loro 6 figli al rifugio.

Sono cartoline in bianco e nero, quegli anni, dove forse i chiaroscuri nascondono anche a volte episodi di mercato nero e false tessere annonarie, o altro. Bidimensionali tra morte e rinascita.

Amo questa foto, quello che racconta.

La liberazione del 25 aprile è soprattutto questo per me, racconti di un’epoca paurosa ma pregna di futuro. Il mio e quello di mia sorella, dei miei cugini sparsi per il mondo. Il futuro dei miei figli è lì tra le mani di mia nonna e l’abbraccio di mio nonno.

Elisa e Pasquale.

 

Arianna